Ecco come il SOLE influenza il clima, anche su basi meno che decadali…

26 10 2009

Era un pò che volevo pubblicarlo questo pezzo dell’ottimo Claudio Gravina di Climate Monitor, e finalmente eccolo in tutta la sua completezza e chiarezza. Si parla di come il sole influenzi il nostro clima, di come per l’IPCC esso sia meno che una variabile terziaria, ed in fondo un riassunto sugli studi del Prof. Nicola Scafetta che è riuscito a ricostruire il clima del pianeta negli ultimi 400 anni, dando al sole il vero ruolo che gli spetta, ossia quello di primo attore indiscusso e fondamentale, non solo per quanto concerne i cambiamenti climatici di lungo corso, ma persino anche quelli su basi meno che decadali.

Buona lettura, Simon

Il Sole, il nostro motore (quasi) immobile al centro del Sistema Solare. Argomento spinoso, dibattuto, deriso e sminuito da alcuni, elevato a Deus Ex Machina da altri. Il Sole ha un ruolo nei cambiamenti climatici terrestri? La risposta è affermativa e abbastanza chiara a tutti quando si tratti di considerare tempi lunghi, lunghissimi (ere geologiche). Cosa accade, però, se cerchiamo traccia del Sole anche nei cambiamenti climatici su scala di breve termine, per esempio su scala decennale?

Succede che si apre una sorta di vaso di Pandora, un tutti contro tutti a livello scientifico. Il motivo è presto detto, si osservi la seguente nota tabella:

Fonte IPCC

L’ IPCC relega la forzante solare ad un ruolo meno che marginale nel contesto delle forzanti ad oggi conosciute. Tale affermazione parrebbe essere una pietra tombale per quanto concerne il capitolo Sole. Ogniqualvolta qualche ricercatore rispolveri la forzante solare, lo abbiamo visto negli ultimi anni, gli viene opposta quella tabella. Oggi vi è una serie di studi che cerca di scoprire la reale quota parte di cambiamento climatico attribuibile al Sole, in questa sede analizzeremo l’ultimo in ordine cronologico, a firma di Nicola Scafetta.

Un centro di gravità permanente

Il Sole è un motore immobile solo nelle semplificazioni atte a spiegare facilmente il funzionamento del nostro sistema solare. Sappiamo infatti (c’è tanta fisica e matematica dietro) che essendo parte di un sistema più complesso (i pianeti, le altre stelle più o meno lontane) il Sole reagisce dinamicamente a queste sollecitazioni. Ovviamente stiamo parlando della forza di gravità.

Immaginate di giocare a girotondo con un bambino di corporatura esile. Con molta probabilità, prendendolo per le braccia e facendolo roteare attorno a voi non vi sposterà dal punto in cui siete. Ipotizzate adesso di poter far roteare attorno a voi due bambini, uno più leggero e uno molto più pesante. Molto difficilmente riuscirete a mantenere la vostra posizione e anche voi, piano piano, vi sposterete dalla posizione iniziale. Attenzione: quella qui descritta non è la forza di gravità, ma è un esempio molto utile per visualizzare mentalmente quanto accade quando mettiamo in relazione 1, 2, n corpi nel vuoto cosmico. Per i lettori più precisi dovremmo anche parlare di moto angolare e di tanti altri aspetti che però in questo contesto possiamo mettere da parte.

In realtà il sistema solare non necessariamente ruota attorno al Sole, tutti insieme ruotano intorno al cosiddetto Centro di massa del sistema solare (Center of  Mass in the  Solar System, CMSS). Attualmente il CMSS è al di fuori del nostro Sole (dal 2000 al 2100 si calcola che il CMSS si troverà al di fuori del Sole per il 67% del tempo).

Questo meccanismo, ovvero la distanza del Sole dal CMSS e la sua velocità relativa rispetto al CMSS,  si suppone che possa influenzare l’attività solare1 . Esiste una segnatura di questo fenomeno nell’andamento dell’attività solare e, perchè no, nell’andamento delle temperature terrestri? Scafetta e altri sostengono che sia possibile rintracciare queste variazioni nell’andamento termico medio globale.

Tratto da Scafetta, 2009

Andando a rapportare gli indici di cui sopra alle variazioni di temperatura del nostro pianeta, otteniamo quanto segue:

Tratto da Scafetta, 2009

Confronto tra le densità spettrali della temperatura globale e del CMSS

Se quanto sopra venisse confermato, allora Scafetta avrebbe trovato il legame tra ciò che modula l’attività solare, la sua velocità e il clima terrestre

Analizzando i dati è anche emerso che il ciclo di 60 anni del CMSS corrisponde perfettamente al ciclo della  Atlantic Multidecadal Oscillation (AMO), con un lag di 5 anni. Lo stesso Scafetta, a onor di scientificità, si chiede se sia una correlazione vera o se sia una coincidenza, magari introdotta tramite qualche involontario artificio matematico. In attesa di conoscere gli algoritmi utilizzati, noi di CM ci poniamo in una posizione neutra, sebbene i dati utilizzati non siano frutto di ricostruzioni proxy e quindi non dovrebbero soffrire degli innumerevoli bias che invece riscontriamo quotidianamente in tante altre ricostruzioni.

Total Solar Irradiance, una ricostruzione da rifare?

Nel precedente paragrafo abbiamo riassunto il primo dei punti focali messi in luce da Scafetta, il secondo riguarda l’indice che riporta le misurazioni della radiazione solare. L’argomento è estremamente tecnico, quanto emerge è che le ricostruzioni fin qui utilizzate potrebbero non essere corrette. Esse infatti si fondano sull’utilizzo di particolari algoritmi che consentono di ottenere i dati proxy per la serie in questione. Scafetta ha scoperto che utilizzando alcune misurazioni strumentali, piuttosto che altre, cambia l’esito finale. Le ricostruzioni attualmente in nostro possesso ci parlano di una TSI stabile dal 1980. Utilizzando altre serie di dati (non incluse nella precedente ricostruzione) emerge invece una TSI crescente negli ultimi decenni.

Questo è un aspetto sicuramente non marginale se infatti, come sempre più scienziati stanno confermando, il clima terrestre è influenzato dal Sole anche su scala temporale di breve termine, ciò vuol dire che una variazione dell’attività solare, tra un ciclo e l’altro, può determinare dei riflessi sul clima terrestre.

Modelli climatici globali limiti e prospettive

Nell’ultima parte della trattazione, Scafetta affronta il discorso relativo ai modelli matematici per la simulazione del clima terrestre ( Global Climate Model, GCM). Secondo l’autore (ma ne abbiamo discusso ampiamente anche su CM) i GCM sono sicuramente strumenti necessari per il progresso della conoscenza scientifica, tuttavia soffrono di notevoli limiti. In particolar modo, gli attuali GCM, secondo Scafetta, sottostimano di svariati ordini di grandezza la forzante solare e conseguentemente tutti i feedback (le retroazioni) ad esso legate. Il discorso è molto ampio, spesso abbiamo messo in luce come sia rischioso definire politiche economiche su scala globale, basandosi esclusivamente sulle proiezioni fornite da modelli matematici oggettivamente limitati.

Scafetta propone un modello fenomenologico (in altre parole “Un approccio olistico“, argomento trattato dal Prof. Mazzarella, citato nel lavoro di Scafetta, che CM ha avuto l’onore di ospitare sulle proprie pagine) che comprenda anche il Sole, partendo dai dati empirici. Dal momento che un modello dettagliato che leghi il Sole al clima terrestre ancora non esiste, la soluzione sicuramente pragmatica è quella di inserire le osservazioni.

Un nuovo approccio, un nuovo risultato

A questo punto possiamo tirare le somme di quanto detto: da un lato prendiamo la TSI corretta, dall’altro lato consideriamo anche la teoria del centro di massa del sistema solare (che sulla Terra influenza la lunghezza del giorno, in inglese Length of the Day, LOD), mettiamo tutto insieme all’interno del modello fenomenologico e cosa otteniamo?

Il risultato è quantomeno sorprendente: Scafetta dimostra che il suo modello può ricostruire centinaia di anni di eventi climatici terrestri, con un dettaglio ad oggi difficilmente pensabile. Uno dei principali problemi degli attuali modelli climatici consiste proprio nella difficoltà a simulare il clima passato, a meno di forti condizionamenti. Scafetta però dimostra che se si tenesse conto nella maniera dovuta della forzante solare, ecco che emergerebbe il clima passato. E tanto fa il suo modello fenomenologico.

Andando a scomporre l’attuale riscaldamento globale, emerge che ben il 65% è attualmente spiegabile attraverso la forzante solare le sue retroazioni sul sistema climatico terrestre. Vi è poi anche spazio per retroazioni, al momento da indagare accuramente, legate alle forzanti astronomiche (ne abbiamo parlato, appunto il CMSS e la LOD).

Altrettanto importante è l’individuazione, tramite il modello, di cicli pari a 60,30,20 e 10 anni. E’ importante sottolineare il ciclo decennale, in quanto siamo nel campo degli influssi di breve periodo, quando si è sempre esclusa una segnatura del Sole al di fuori del lungo-lunghissimo termine. A livello di temperature che peso hanno questi cicli? La stima attraverso il modello fenomenologico parla di una variazione pari a 0.40°C – 0.45°C per il ciclo di 60 anni. Questo ciclo naturale spiega completamente il riscaldamento registrato nel periodo 1910-1945 e spiegherebbe per il 70% quello occorso tra il 1975 e il 2002.

Nel suo studio, Scafetta utilizza il nuovo modello per emettere una previsione sull’andamento climatico dei prossimi decenni. Coerentemente a quanto spesso detto qui su CM, preferiamo non parlare di previsioni climatiche di lungo termine, lasciamo che il lettore si crei autonomamente un giudizio.

Qui potete assistere alla conferenza tenuta da Scafetta, durante la quale ha presentato il suo modello fenomenologico. La trattazione è in inglese e ha una durata superiore ai 60 minuti, tuttavia è assolutamente importante per comprendere i meccanismi di questa nuova ricerca. Seguendo questo  link, invece, potrete scaricare le slide della conferenza.

Nicola Scafetta è laureato in fisica presso l’Università di Pisa ed è Philosophy Doctor, sempre in fisica, presso la University of North Texas. Al momento detiene più di 40 studi pubblicati e che hanno passato la revisione critica.

Mi siano concesse alcune considerazioni, in chiusura. L’ipotesi proposta dal Dott. Scafetta è estremamente affascinante e per molti aspetti convincente. Dimentichiamo per un momento la questione se questo studio sia valido o meno, quello che rimane è la chiara e netta rappresentazione di una scienza che ha ancora molto da scoprire e da studiare. Quello che rimane è un quadro incompiuto: è come se ci trovassimo di fronte alla rappresentazione pittorica di un frutto, su una tela completamente bianca. Farà parte di una natura morta, o quel frutto sarà ancora sull’albero? Io credo che i frutti di questa materia e della ricerca vadano ancora colti nella quasi totalità. Abbiamo appena accennato lo schizzo iniziale. Tuttavia lo schizzo iniziale non è affatto sufficiente per dire cosa apparirà sulla tela e, fuor di metafora, aver appena compreso i meccanismi generali del nostro clima non è sufficiente per programmare politiche sociali ed economiche per i prossimi 150 anni, ma questa è decisamente un’altra storia.

Di Claudio Gravina, Climate Monitor

Fonte: http://www.climatemonitor.it/?p=3531





Il Global dimming e il Global brightening hanno effetti sul clima?

20 10 2009

Prove recenti suggeriscono che la radiazione solare che raggiunge la superficie terrestre non è mai stata costante nel tempo, ma ha subito sostanziali variazioni su scale temporali decennali. Le osservazioni disponibili indicano una diminuzione generalizzata della radiazione solare tra il 1950 e 1980 (comunemente denominato “global dimming”- “oscuramento globale”), mentre più recentemente, c’è stato il fenomeno inverso(”brightening”, luminosità) .

Il ruolo della radiazione solare nel cambiamento climatico  (“global dimming” and “global brightening”)

Uno  speciale volume  del “Journal of Geophysical Research” ha revisionato il tema della ricerca sul  “global dimming” e “global brightening”in oltre 20 articoli. Questi fenomeni, che si suppone siano dovuti all’azione dell’uomo, controllano la radiazione solare incidente sulla superficie terrestre e quindi l’influenza del clima. Nubi ed aerosol influenzano la radiazione solare sulla superficie terrestre, e quindi il clima.

Nubi e aerosol influenza della radiazione solare sulla superficie terrestre, e quindi il clima. (Foto: flickr / Schrottie)

Degli speciali strumenti hanno registrato la radiazione solare che raggiunge la superficie terrestre dal 1923. Tuttavia, è solo dal 1957/58 che una rete globale di misurazione ha iniziato a prendere forma. I dati così ottenuti mostrano che l’energia fornita dal sole alla superficie terrestre ha subito variazioni notevoli nel corso degli ultimi decenni, con impatti sul clima. Una ricerca condotta all’ ETH di Zurigo  ha investigato quali siano i fattori capaci di ridurre o intensificare la radiazione solare e quindi causare il “global dimming” o il “global brightening”.

L’American Geophysical Union (AGU) ha pubblicato un volume speciale sul tema, che presenta lo stato attuale delle conoscenze in dettaglio e fornisce un contributo notevole alla scienza del clima.

“Solo ora, soprattutto con l’aiuto di questo volume,  la ricerca in questo campo dovrebbe davvero decollare”, sottolinea Martin Wild, direttore presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Politecnico federale di Zurigo, che è anche uno specialista in materia.

I risultati iniziali, che hanno rivelato che la radiazione solare sulla superficie terrestre non è costante nel tempo, ma piuttosto varia notevolmente nel corso dei decenni, sono stati pubblicati alla fine degli anni ‘80 ei primi anni ‘90 per specifiche regioni della Terra. Atsumu Ohmura, professore emerito presso l’ETH di Zurigo, per esempio, ha scoperto che la quantità di radiazione solare in Europa è diminuita considerevolmente tra il 1950 e il 1980. Ma è solo dal 1998 che è stato condotto il primo studio a livello mondiale con aree più grandi quindi, tipo Africa, Asia, Nord America ed Europa, per esempio. I risultati hanno mostrato che in media la superficie di radiazione solare è diminuita del due per cento per decennio tra il 1950 e il 1980. Nell’analizzare i dati più recenti, tuttavia, Wild e il suo team hanno scoperto che la radiazione solare è andata progressivamente aumentando di nuovo dal 1985. In un articolo pubblicato su “Science” nel 2005, essi hanno coniato la frase  “Global brightening” per descrivere questa nuova tendenza, opposta al termine precentemente usato ”Global dimming”. Solo di recente, un articolo comparso sulla rivista “Nature”, in cui ha partecipato lo stesso Wild, ha portato attenzione maggiore al tema del global dimming /brightening.

L’Inquinamento atmosferico favorisce la fotosintesi

In questo studio, per la prima volta, gli scienziati hanno esaminato il legame tra global dimming/brightening e il ciclo del carbonio. Essi hanno dimostrato che più  luce dispersa è presente durante i periodi di global dimming  a causa della maggiore concentrazione di aerosol e di nuvole, la quale consente poi alle piante di assorbire CO 2 in modo più efficiente rispetto a quando l’aria è più pulita e quindi più chiara. Secondo gli scienziati, questo è dovuto al fatto che la luce diffusa (riflessa) penetra più in profondità all’interno della vegetazione di quanto non faccia la luce diretta del sole, il che significa che le piante possono utilizzare la luce in modo più efficace per la fotosintesi. Di conseguenza, c’è stato circa il 10 per cento in più di carbonio immagazzinato nella biosfera terrestre tra il 1960 e il 1999 (global dimming).

Molte questioni sono comunque ancora aperte. Infatti non è ancora chiaro se siano gli aerosol o le nubi a causare il global dimming/brightening, o magari un interazione dei 2 fattori. L’inchiesta su questi eventuai rapporti è complicata dal fatto che  ci sono dati insufficienti sui cambiamenti di aerosol e nubi negli ultimi decenni. Tuttavia dei specifici satelliti recentemente lanciati in orbita dovrebbero contribuire a colmare questa lacuna.

“C’è ancora un enorme quantità di ricerche da fare, e molte questioni sono ancora aperte”, spiega Wild. Questo comprende l’entità del fenomeno del global dimming e  brightening e in che modo gli effetti variano notevolmente tra zone urbane e rurali, dove meno aerosol vengono rilasciati in atmosfera. Un’altra questione irrisolta è ciò che accade sopra gli oceani, infatti quasi tutti i dati di misura non sono disponibili per queste zone.  Un’ulteriore sfida per i ricercatori è quello di incorporare gli effetti del global dimming /brightening  in modo più efficace nei modelli climatici, per capire meglio il loro impatto sul cambiamento climatico. Dopo tutto, slcuni studi indicano che il global dimming ha mascherato l’aumento della temperatura effettiva – e quindi il cambiamento climatico – fino agli anni 1980. Inoltre, gli studi pubblicati mostrano anche che i modelli utilizzati dall’ IPCC, non riproducono il  global dimming/brightening in modo adeguato:  quindi, né il global dimming, né la successiva fase di brightening  è realisticamente simulato dai modelli. Secondo gli scienziati, questo è probabilmente dovuto al fatto che i processi che causano il global dimming/brightening  non sono stati presi in considerazione in modo adeguato e che i dati sulle emissioni antropiche  utilizzati come input del modello sono affetti da notevoli incertezze.

“Questo è il motivo per cui all’ETH di Zurigo stiamo lavorando con una versione di ricerca per un nuovo modello climatico globale, che contiene i dati degli aerosol molto più dettagliati e microfisica delle nubi, in grado così di riprodurre il global dimming/brightening in modo più efficace”, dice Wild.

Fonte articolo: http://wattsupwiththat.com/2009/08/30/global-dimming-and-brightening-in-the-context-of-solar-radiation/

Per saperne di più sul tema trattato: http://www.agu.org/journals/jd/special_sections.shtml?collectionCode=DIMBRIGHT1&journalCode=JD

UPDATE: Non perdetevi oggi pomeriggio l’articolo sull’ennesima mission impossible del centro catanese…





Il livello del mare è salito di 60 cm quest’estate lungo la costa orientale degli Stati Uniti a causa del rallentamento della Corrente del Golfo!

30 09 2009

Gli Esperti Americani ci hanno già assicurato che non centra il GW ( e meno male dico io), anche se i motivi di fondo rimangono un mistero.

Di solito, la previsione delle maree stagionali e del livello del mare è un processo cnosciuto e governato dai movimenti  e dalle influenze gravitazionali dei corpi celesti come la luna, ha dichiarato Rich Edwing, vice direttore del Center for Operational Oceanographic Products and Services at the US National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Ma i telefoni del NOAA hanno iniziato a suonare presto quest’estate, quando i residenti dell’ East Coast hanno segnalato dei livelli di acqua più elevati del previsto, molto simili a quelli che si hanno per fenomeni di breve durata tipo eventi atmosferici come le tempeste tropicali. Ma questi alti livelli del mare hanno perdurato per settimane, tra giugno e luglio.

L’aumento del livello del mare alla fine ha provocato solo qualche  allarme causato da lievi inondazioni costiere, ma ha destato grandi interrogativi tra gli scienziati.

Ora una nuova relazione ha individuato i due principali fattori che sarebbero la causa degli alti livelli del mare:

una debole Corrente del golfo e un vento costante dal nord-est Atlantico.

La Corrente del Golfo è come una superstrada che fa fluire  verso Nord le acque dell’Oceano al largo della costa orientale degli USA. Quando la Corrente del Golfo corre veloce, la sua forza tiene l’acqua lontana dalla costa orientale.

Ma questa estate, per ragioni sconosciute, “la corrente del Golfo ha rallentato,”  afferma Edwing , mandando più acqua verso le coste e facendo così alzare il livello del mare.

A complicare ciò, si sono messi i venti sostenuti da Nord est, venti d’autunno dal nord Atlantico che sono arrivati  mesi prima del normale, che hanno contribuito a spingere ancora più acqua verso l’east coast.

Le acque più elevate hanno causato disagi per alcuni pescatori e diportisti ed hanno eroso un po ‘di costa.

Ancor prima che il Noaa facesse la sua relazione, alcuni pescatori del luogo avevano dato la colpa ai sostenuti venti da Nord Est che hanno spirato per tutta l’estate nella East Coast. (di fatti aggiungo io, la costa orientale degli Stati Uniti quest’anno l’estate non l’hanno proprio avuta, e ci aggiungerei pure l’Inghilterra)

Ma il problema di fondo rimane, e cioè:

“Perché la Corrente del Golfo ha rallentato? Perché i venti da nord sono arrivati prima?”

Lo studioso del Noaa, Edwing, ha semplicemente risposto:

 ”Non abbiamo queste risposte.”

Fonte articolo: http://news.nationalgeographic.com/news/2009/09/090910-sea-levels-rise.html

Relazione del Noaa: http://tidesandcurrents.noaa.gov/publications/EastCoastSeaLevelAnomaly_2009.pdf

Io posso solo rimandarvi a questo articolo di Ale sulla probabile relazione tra minimo solare e corrente del golfo comparso tempo fa su Nia e che magari molti di voi si sono persi:

http://daltonsminima.wordpress.com/2009/03/05/corrente-del-golfo-e-minimo-solare/

Simon





Gli Inverni Nella PEG – parte 2

11 08 2009

Parte 1: http://daltonsminima.wordpress.com/2009/08/09/gli-inverni-nella-peg-parte-1/

Nel precedente articolo abbiamo fatto una premessa, anche se con nessuna spiegazione scientifica, non mi voliate male mica lo faccio apposta, diciamo che ufficialmente lo faccio per avere un approccio da appassionato ma realmente è che non saprei cosa dire.

Detto questo continuiamo da dove ci eravamo lasciati, e si incomincia a parlare del 1400, partito subito alla grande.

Si parte subito con l’inverno 1407/08, divenuto famoso per essere il più freddo del millennio ( peccato ci sia una assenza di dati delle temperature, in fondo il termometro venne inventato solo 300 anni dopo ), il Tamigi rimase gelato per ben 14 settimane, circa 3 mesi e mezzo, la neve a Firenze superò i 60cm e in tutta Italia gli alberi “scoppiarono” per il freddo.

Si hanno notizie che il ghiaccio arrivò fino alla scozia ed invase parte del Mare del Nord.

Un altro inverno rigido fu il 1409/10 dove in Italia nevicò per circa 1 mese quasi tutti i giorni, lo si ricorda per il fatto che il vino congelò nelle botti.

Passiamo poi al 1431/32 terribile anche lui, con gelo in Europa da Novembre a Marzo, periodo lungo il quale i fiumi Tedeschi rimasero ghiacciati, la laguna veneta ghiacciò fino in profondità tanto da permettere il passaggio dei carri, l’unico modo per approvvigionare la città era proprio quello, anche il Po gelò e rimase così per circa 2 mesi, da segnalare infine per quell’inverno l’assenza quasi totale della neve nelle alpi, probabilmente i mesi invernali furono segnati da continue correnti da est, proprio grazie al già citato Orso Russo.

Segnalo il Tamigi gelato anche nel 1433/34.

Si susseguì un periodo disastroso per l’agricoltura e la vegetazione, dal 1450 al 1480 in quasi tutti gli inverni i fiumi gelavano e i raccolti venivano distrutti dal freddo, in più occasioni gelò la laguna veneta e il Tamigi.

Passiamo quindi alla fine del secolo dove una coppia di inverni mise a dura prova l’Europa in generale, il 1489/90 e il 1490/91.

Nel primo si segnalano gare di corsa con i cavalli a Venezia sul Canal Grande e a Firenze sull’Arno, a Venezia inoltre nevicò per 12 giorni consecutivi e nella Pianura Padana la neve rimase al suolo fino a Marzo.

Il secondo si fa sentire anche in Europa dove i fiumi Francesi rimasero gelati per 10 settimane, circa 2 mesi e mezzo, la laguna veneta ghiacciò ancora, ma quell’inverno resterà alla storia per aver portato la neve a Bologna il 1° Giugno del 1491, 32cm di accumulo, e a Ferrara il 4 con gelate successive.

Da segnalare anche il 1492/93 dove a Firenze la neve supero i 60cm di accumulo e dalle testimonianze si pensa che la temperatura possa aver raggiunto valori inferiori a quelli del Gennaio 85.

Da li seguì un periodo più mite per gli inverni, una parentesi di calma del clima che portò alla fioritura delle rose in Francia ad inizio 1500 nel mese di Gennaio.

Poi arrivò l’inverno 1505/06, che rimise le cose a posto ( per l’epoca ), gelarono i fiumi europei ed italiani, la laguna veneta e addirittura il mare nel porto di Marsiglia, gelò anche il Tamigi.

Si passa poi al 1509/10 dove la neve raggiunse i 60cm a Firenze ( dove sapere che non è una coincidenza che siano sempre 60 i cm di accumulo di Firenze, all’epoca infatti veniva usata una unità di misura, che valeva appunto 60cm e probabilmente il valore misurato veniva semplificato, oppure quello indicato è solo il valore massimo raggiunto dalla neve e non l’accumulo totale, comunque non c’è dato saperlo ), tornando a Firenze, durante quell’inverno si organizzarono nuovamente delle gare di cavalli sull’Arno.

Segnalo il Tamigi gelato nel 1514/15 e nel 1522/23, da qui in poi seguirà un’altra serie di inverni miti.

Addirittura in Italia si arriva ad avere un periodo molto lungo di siccità, il cui culmine si raggiunse a cavallo del 1540 dove in Valtellina è segnalata l’assenza totale di pioggia per 5 mesi.

Fine 2° parte.

FABIO





Gli Inverni Nella PEG – parte 1

9 08 2009

Da oggi inizieremo la ripubblicazione di questa serie di articoli, 6 in tutto, che furono pubblicati quando ancor il blog non aveva molto popolarità, molti di voi probabilmente non hanno avuto quindi il privilegio di leggerli subito, ed ecco la vostra seconda possibilità.

Quando si analizza un periodo come la PEG un appassionato di meteo, che spesso sappiamo essere sinonimo di freddofilo e nevofilo come per’altro è il sottoscritto è difficile essere oggettivi, si può cadere in stadi di depressione al solo pensare allo schifo di inverni che siamo abituati ma può anche capitare di cadere in fasi di sovra-eccitazione che solo quella cosa bianca può dare………..cosa pensate???? Intendevo la Neve.

Cmq prima cosa cerchiamo di parlare della PEG, diciamo subito che fu una parentesi climatica, che recentemente è stata individuata come fenomeno puramente dell’emisfero nord ( e specialmente del continente euro-asiatico ), dove le temperature si abbassarono notevolmente rispetto al periodo precedente, quello a cavallo dell’anno 1000, conosciuto come Medieval Warm.

La PEG iniziò circa nel 1300, anche se l’inizio è difficile da datare per mancanza di dati, e finì nel 1850 quando i ghiacciai europei incominciarono a ritirarsi.

Naturalmente durante la PEG tutte le stagioni risultavano più fredde, anche se le eccezioni sono da sempre la prerogativa del clima, ma noi analizzeremo solo gli inverni, che per la maggioranza degli appassionati sono la parte più.

Iniziamo parlando delle figure bariche presenti in Europa in quel periodo, i dati sono pochi e le mappe si trovano solo dal 1880 in poi e fino al 1948 mostrano solo la pressione al suolo, però sappiamo che l’anticiclone delle Azzorre c’era come anche la depressione di Islanda, ma il vero padrone della stagione invernale di quel tempo in Europa era quello sconosciuto dell’anticiclone termico russo-siberiano ( conosciuto ai più come Orso Russo ).

Quest’ultimo che da sempre è l’univo vero portatore del gelo in Europa era presente in quasi tutti gli inverni e a lui è attribuito il motivo degli inverni così rigidi a quel tempo, ormai ai giorni nostri è diventata una figura molto rara e se si forma difficilmente si spinge in Europa restando più sulla Siberia, detto questo dobbiamo immaginarci una circolazione in inverno diversa dalla nostra il freddo veniva soventemente dal quadrante est e l’aria era spesso di tipo continentale o artico-continentale, le isoterme in quota molto più fredde di quelle consone a noi, peccato però che le carte non ci possano mostrare queste cose ( giusto una curiosità: si pensa che nel Gennaio 1709 arrivò in Italia una -25/-26 in quota ).

Ora passiamo ad analizzare quei pochi dati che caratterizzano quel periodo, partiamo dal 1300 che prendiamo come inizio puramente semplificativo.

Il primo di cui parliamo è quello del 1304/05 dove gelarono la quasi totalità dei fiumi dell’Italia settentrionale ( non si sa per quanto tempo ), un altro gelido fu il 1309/10 dove gelò il Tamigi ( venne organizzata una battuta di caccia sopra il fiume ) anche se ci sono notizie antecedenti a questo periodo dove il Tamigi gelò.

Un altro inverno dove il Tamigi gelò fu il 1363/64 a tal punto da poterci organizzare una festività cittadina.

Fine prima parte.

FABIO





Il trend climatico degli ultimi 100 anni segue i cicli solari?

13 05 2009

Per caso mi sono imbattuto su questo articolo dell’ottimo forumista dell’MTG Sandro, direi davvero molto interessante!

Se fosse giusto questo ragionamento, allora in questi tempi saremmo davvero in una fase di diminuzione costante delle temperature globali, cosa che in realtà sta già accadendo da qualche anno!

Simon

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Nell’ultimo secolo si possono individuare tre cambi di trend climatico, delle ondulazioni nell’ambito di un trend di fondo di salita secolare. Osservando in modo sommario il grafico delle anomalie termiche globali al suolo degli ultimi 150 anni si evidenziano chiaramente il momento di cambio di trend da negativo a positivo intorno all’inizio 

del secolo, 1910-12 circa, poi un picco intorno al 1943-45 e poi di nuovo un calo, forte inizialmente e piu’ o meno stabile fino al 1976 circa. Dal 1976 circa la forte onda di salita che stiamo tuttora vivendo, anche se attutita negli ultimi anni.

Questi punti di cambio di trend climatico si collocano più o meno ad intervalli regolari (32-34 anni) e, sorprendentemente, si collocano in stretta vicinanza a minimi solari (a intervalli di 3 cicli solari). Tali minimi infatti si ebbero nel 1912-13, 1943-44 e 1975-76.

Apparentemente il meno evidente risulta il cambio del 1976 ma andandolo ad analizzare piu’ da vicino appare in tutta la sua forza e rapidità, un sorprendente switch atmosferico !

Guardando più da vicino i dati delle anomalie al suolo (fonte NOAA, su medie 1901-2000) si nota meglio il notevole salto nelle anomalie termiche passate in pochi anni da -0,2° (medie dei minimi degli anni precedenti il 76) a +0,3/0,4° nei primissimi anni 80, un salto di circa mezzo grado globale in soli 4-5 anni !! Dopo i primi anni 80 ci furono oscillazioni con massimi crescenti fino agli anni 2000 con un ulteriore salita di circa +0,2°/0,3°. In pratica in pochi anni si è consumato oltre il 60% di tutto il salto del GW di questi ultimi 32 anni.

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La stessa cosa avvenne alle quote superiori della troposfera (sempre fonte NOAA, dati di reanalisi), in percentuale analoga del 60-65% a 850hpa (circa 1300-1500mt di altitudine) ma anche fino all’80% alle quote superiori (500 e 300hpa). Ciò si può osservare nei grafici seguenti:

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(Cliccare per ingrandire)

Il cambio climatico risulta quindi evidente e sorprendentemente veloce nei suoi sviluppi.
Che cosa è successo intorno al 1976 ???

Nelle analisi dei dati e indici climatici disponibili è possibile individuare alcuni spunti di notevole importanza:

- l’indice AMO (Atlantic Multidecadal Oscillation), che misura le anomalie di temperatura superficiale del nord Atlantico, invertì il trend proprio intorno a quegli  anni mostrando una salita rapidissima proprio tra il 1976 e il 1980. Poi ebbe alcuni rimbalzi freddi ma nell’ambito di un trend di crescita fino agli ultimi massimi nel 2003 e 2005. Quindi il nord Atlantico scaldò velocemente la sua superficie in pochi anni.

- l’indice PDO (Pacific Decadal Oscillation) passò da una fase fredda multidecadale ad una fase calda multidecadale con un switch immediato. La PDO è strettamente legata alla propensione di avere + Nino che Nine (fase +) + Nine che Nino (fase -) e ciò vuol direche in quegli anni si entrò in una fase più calda del Pacifico.

Analizzando più da vicino i due indici oceanici …… (ho messo l’indice MEI che riguarda più strettamente il fenomeno ENSO):

amo-mei-28-8-08.JPG

Evidente il forte riscaldamento dei due oceani soprattutto tra il 1976 e il 1980. Questo potrebbe essere un forte indizio di un così forte e rapido cambio climatico anche se, forse, non ne spiega la rapidità.

Sappiamo che il riscaldamento è continuato fino ai nostri giorni, e ora siamo in giorni di minimo solare …. dopo tre cicli solari dal 1976 !

Fonte: http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/2008/08/30/limportante-cambio-climatico-intorno-al-1976/





MINIMO SOLARE ECCEZIONALE: INVERNO SOTTO L’ ACQUA ANCHE NELL’ EMISFERO AUSTRALE?

12 05 2009

Ancora un articolo gentilmente concessomi dall’amministratore del sito www.meteoscienze.it , Fiorentinomarco Lubelli.

Buona lettura

Ecco l'anomalia australiana di cui tanto si parla in questi giorni, vedete i valori di anomalia negativa che nello stato di Victoria raggiungono i -5°C. Fonte noaa www.noaa.gov

Ecco l'anomalia australiana di cui tanto si parla in questi giorni, vedete i valori di anomalia negativa che nello stato di Victoria raggiungono i -5°C. Fonte noaa www.noaa.gov

Iniziamo con questo articolo la disamina dell’ inverno australe che ormai fra circa un mese aprirà i battenti. Quest’anno le sorti dell’ inverno nell’ emisfero opposto al nostro rivestono particolare importanza. Infatti affinchè si possa iniziare a considerare veramente iniziato il cambio di rotta nel GW è necessario che ai segni raccolti in questo inverno nell’emisfero nord si aggiungano segni di magnitudine e segno simili anche nell’ opposto emisfero. Molto in questi giorni si sta parlando per esempio della ondata di freddo precoce che ha colpito l’ Australia meridionale, nella carta di apertura di questo articolo è bene evidente l’anomalia registrata nell’ ultima settimana una anomalia negativa termica che ha colpito gli stati  australiani di Vittoria e Tasmania. In queste zone ha nevicato infatti quasi fin sulla bassa collina e si sono sfiorati records storici, gli impianti sciistici hanno riaperto, e quindi si potrebbe dire che l’ inverno è partito con il piede giusto. Se poi andiamo a vedere l’ intero mese di aprile, denotiamo come il mese per eccellenza autunnale in Australia sia stato pressochè in media con anzi un leggero sopramedia nel nord del paese.

 

Inoltre se andiamo a vedere i dati di altre zone del pianeta, sempre nell’ emisfero sud, vedremo come anche il sud africa in questa ultima settimana abbia avuto una discreta anomalia negativa, mentre interessantissima risulta essere stata la forte anomalia di aprile nello Zambia  e nell’ intera africa australe tropicale, con valori di anomalia anche di 5 gradi sotto la media. Invece la parte più meridionale del paese ha fatto registrare una contenuta naomalia positiva.

Ecco l' aprile dell' africa australe, notate l' anomalia positiva del Sud Africa, ma notate la grande anomalia negativa dello Zambia con una eccezionale anomalia superiore ai - 5°C. Fonte noaa www.noaa.gov

Ecco l' aprile dell' africa australe, notate l' anomalia positiva del Sud Africa, ma notate la grande anomalia negativa dello Zambia con una eccezionale anomalia superiore ai - 5°C. Fonte noaa www.noaa.gov

In fine vediamo il comportamento dell’ america meridionale. Qui si può notare una notevole anomalia positiva sulla parte meridionale sud americana con valori superiori alle media anche di 5 gradi in Patagonia e Argentina, con una zona invece settentrionale in sostanziale media. Per queste regioni il mese di aprile invece è stato sopra media nel sud con picco di anomalia positiva ancora una volta in Argentina, mentre ancora una volta in sostanziale media al nord.
Ecco l'aprile sopra media dell'America meridionale. Fonte noaa www.noaa.gov

Ecco l'aprile sopra media dell'America meridionale. Fonte noaa www.noaa.gov

Dunque i dati termici sono contraddittori, non si evince un cambiamento evidente, tanti segnali, quello dello Zambia merita comunque un approfondimento, ma nessuna certezza da definire globale. Come al solito però tutto cambia quando analizziamo le precipitazioni. Quello che vi mostrerò di seguito ha le caratteristiche del cambiamento globale e potrebbe essere al sud come lo è stato a nord la caratteristica dell’inverno australe che viene.
Ecco le precipitazioni sopra media dell' aprile australiano, abbiamo aggiunto una linea che indica il trentesimo parallelo sud. fonte noaa www.noaa.gov

Ecco le precipitazioni sopra media dell' aprile australiano, abbiamo aggiunto una linea che indica il trentesimo parallelo sud. fonte noaa www.noaa.gov

Partiamo con l’ Australia: se analizziamo l’anomalia sulle percentuali normali delle precipitazioni del mese di Aprile in questo continente, notiamo come a sud del venticinquesimo paralleo le zone contraddistinte da pesanti piogge siano frequentissime, con valori eccezionalmente abbondanti anche in zone interne climatologicamente svavorite come la Western Australia, zona notoriamente desertica, valori poi costituenti circa il doppio delle precipitazioni normali sono stati rilevati in zone molto meridionali come lo stato di Vittoria il Sud australia e il Nuovo Galles del Sud. Insomma man mano che si va a sud le zone costiere australiane hanno raccolto nel mese di Aprile valori precipitativi di tutto rispetto.
Ecco le precipitazioni abbondantemente sopra media media nel territorio africano al di sotto del trentesimo grado sud indicato dalla linea. Fonte noaa www.noaa.gov

Ecco le precipitazioni abbondantemente sopra media media nel territorio africano al di sotto del trentesimo grado sud indicato dalla linea. Fonte noaa www.noaa.gov

Passiamo ora invece alla descrizione delle precipitazioni in Sud Africa. Qui Aprile in un contesto di scarsissime  precipitazioni dal nord del Sud Africa fino alle zone tropicali dello Zambia, ha fatto invece registrare valori eccezionalmente al di sopra della norma in tutto il sud africa centrale, anche qui in una zona a sud del trentesimo parallelo, con picchi due volte superiori del normale anche nello stato africano di Durban, sempre al di sotto del trentesimo parallelo.
Ecc in fine l'anomalia precipitativa positiva della Patagonia settentrionale, qui in Argentina le precipitazioni sopra media si sono limitate a restare sotto il 35° parallelo sud. Fonte noaa www.noaa.gov

Ecc in fine l'anomalia precipitativa positiva della Patagonia settentrionale, qui in Argentina le precipitazioni sopra media si sono limitate a restare sotto il 35° parallelo sud. Fonte noaa www.noaa.gov

In fine analizziamo l’ ultima zona: l’ america meridionale, qui dove l’anomalia positiva molto forte dava origine al dato contraddittorio più evidente rispetto a quelli delle altre zone australi, il dato precipitativo conferma la tendenza degli altri paesi, come mostra la figura qui di seguito, al di sotto del 35° parallelo sud dove inizia la Patagonia ritroviamo diffusi valori precipitativi doppi rispetto al normale.  Insomma se dovessimo fare una media delle latitudini dove inziano a essere frequenti anomalie precipitative positive potremmo dire che al di sotto del 30° paralleo sud, aprile si è dimostrato piovosissimo, e scommetto oggi , in tempi non sospetti, che l’ inverno australe più che dalle ondate di freddo storiche sarà contraddistinto dalle precipitazioni eccezionali. Ora è difficile dire se il surplus precipitativo supererà, verso nord il trentesimo parallelo anche in Sud Africa e America Latina , ma una cosa sembra evidente, l’ anomalia precipitativa, che ha contraddistinto alcune zone dell’ emisfero nord nello scorso inverno, pare oggi contraddistinguere ampie zone dell’ emisfero sud, facendo intravvedere se ancora ce ne fosse bisogno che il minimo solare eccezionale attualmente lavora impercettibilmente, erodendo il surplus energetico del GW di questi anni sotto forma di vapore acqueo e di precipitazioni, ben presto quando questo surplus energetico sarà esaurito, allora potremo valutare una diminuzione delle temperature anche in troposfera. Dunque avanti con l’ inverno australe alla caccia di nuovi elementi per smascherare il global cooling prossimo venturo.
Fiorentinomarco Lubelli, meteoscienze




ITCZ – UN INDICE SPESSO SOTTOVALUTATO

4 05 2009

Adesso che la stagione dei primi caldi sta per arrivare, bisogna incominciare a fare i conti con il famoso e sempre odiato cammello.

Prima di andare nello specifico va fatto notare che per tutto il semestre freddo, a partire da metà Settembre non si è fatto vivo negli scenari configurativi europei, il motivo di tale assenza ( ricordiamo che negli ultimi anni era stata una costante la sua presenza in almeno 1 o 2 fasi con figurative in questo periodo, cosa che invece 20-30 anni fa non era ) è di difficile risposta, ovviamente il tutto è dovuto ad un valore molto basso dell’indice ITCZ ( un attimo e arriviamo anche a lui ) ma ilo motivo di questa anomalia rispetto agli anni recenti non ci è data saperla.

Parliamo quindi di questo indice, InterTropical Convergence Zone, questo l’acronimo del nome.

Esso rappresenta il punto di convergenza degli Alisei ( http://it.wikipedia.org/wiki/Alisei ), questa zona viene considerata l’equatore climatico in quanto una variazione del punto di convergenza modifica fortemente il clima dei paesi equatoriali.

Come detto quindi tale convergenza si sposta nel tempo a seconda delle stagioni ed in linea di massima segue lo zenit del sole, bisogna dire però che questo indice influenza anche paesi ben oltre l’equatore, come per esempio l’Europa.

Sottotitolo: Northeast Trades e Southeast Trades sono gli alisei.

Sottotitolo: Northeast Trades e Southeast Trades sono gli alisei.

Fonte: http://www.newmediastudio.org/DataDiscovery/Hurr_ED_Center/Stages_of_Hurricane_Dev/ITCZ/ITCZ_fig01.jpg

Sottotitolo: come ben si vede in base alle stazione la posizione dell’indice cambia.

Sottotitolo: come ben si vede in base alle stazione la posizione dell’indice cambia.

Fonte: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/d7/ITCZ_january-july.png/800px-ITCZ_january-july.png

Ora parleremo delle influenze che questo indice ha sull’Europa, non voglio dilungarmi a parlare delle interazioni con altre zone, diciamo subito che esso influenza le rimonte dell’anticiclone sub-tropicale nel nostro paese.

L’indice indica quindi il punto di convergenza che durante la nostra stagione estiva sarà più vicino al Tropico del Cancro, un valore più alto indica un punto di convergenza a latitudini maggiori e come conseguenza porta ad una rimonta sub-tropicale in Europa.

E’ incredibile come ad ogni superamento della media dell’indice corrispondi una rimonta sub-tropicale, è quindi palese che le estati bollenti in stile Anni 2000 derivino tutte da una anomalia costantemente positiva di tale indice e  in questi ultimi anni si è cominciata a farsi sentire la sua influenza anche in inverno, cosa che fino a 20 anni fa non accadeva mai.

Sottotitolo: il 2009 parte così.

Sottotitolo: il 2009 parte così.

Fonte: http://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/fews/ITCZ/west.gif

Il motivo di tale attività anomala non è conosciuto, ma lascia perplessi come a discapito degli ultimi anni durante questo semestre freddo non ci sia stata neanche una rimonta sub-tropicale, anzi addirittura nel trimestre invernale non c’è stata neanche una fase anticiclonica stabile ( anche queste seppure in minima parte derivano dalla variabilità dell’indice ).

Quali sono le cause di questo cambiamento, ovviamente andiamo a ricercare cosa nel 2008 possa aver subito una modifica a livello climatico, passano subito alla mente il cambio di segno della PDO e l’ormai famoso minimo solare.

Noi non conosciamo quali influenze possono aver avuto questi fattori sull’ITCZ e non sappiamo neanche, ammettendo una ipotetica influenza, in che misura e con quale ritardo gli effetti sarebbero visibili.

PS. Concludo con un piccolo commentino: a data Maggio-09 stiamo per vivere una periodo dove si avvia una rimonta con matrice in parte sub-tropicale, non prendetevela con me, è Simon che ha portato iella.

Fonti articolo:

 http://www.wpsmeteo.it/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=550

http://forum.mtgclimate.it/index.php?topic=352.0

http://www.cpc.noaa.gov/products/fews/ITCZ/itcz.shtml

FABIO





I ghiacci artici nel 1958-1959…cartoline da GW!

28 04 2009

Skate (SSN-578), surfaced at the North Pole, 17 March 1959.

Sottomarino statunitense emerge dalla superficie del polo nord senza ghiacci il 17 marzo del 1959

Cosa direbbero i Media e quelli dell’ NSIDC  se vedessero una foto come questa ai giorni nostri? 

Potremmo vedere dei titoli tipo ”Polo Nord libero dai ghiacci”? O forse “Il Global warming scioglie il Polo Nord”?

Questo è il racconto di un membro dell’equipaggio a bordo della USS Skate che navigava al Polo Nord nel 1959 e in numerose altre località artiche durante le missioni del 1958 e 1959:

“Il sottomarino Skate ha trovato il mare aperto sia in estate che  nell’inverno successivo. Noi navigammo in superficie in prossimità del Polo Nord durante l’inverno attraverso il ghiaccio sottile inferiore a 2 piedi di spessore. Il ghiaccio si muove dall’ Alaska all’Islanda e il vento e le maree causano il mare aperto appena  il ghiaccio si scioglie. Il ghiaccio polare della calotta glaciale ha uno spessore medio di 6-8 piedi, ma a causa del vento e delle maree  il ghiaccio si rompe e si trasforma in una larga area di mare aperto, e poi questi settori ricongelano con ghiaccio sottile. Noi avevamo  apparecchiature sonar che potevano trovare queste zone di mare aperto o di ghiaccio sottile in modo da venire in superficie limitando così i danni al sommergibile.”

Seadragon (SSN-584), foreground, and her sister Skate (SSN-578) during a rendezvous at the North Pole in August 1962

Un’altra foto testimonia un’altra emersione di 2 sottomarini USA nell’agosto 1962 (3 anni più tardi quindi)

3-subs-north-pole-1987

Ed ancora, come scritto anche nella foto, che è anche famosa, nel maggio 1987…

Fonte foto ed articolo: www.wattsupwiththat.com

E a pensare che fino a qualche anno fa, anch’io credevo ciecamente all’AGW…

Potere dei media!

Simon





STRATOSFERA E MINIMO SOLARE (seconda parte)

21 04 2009

La situazione sarebbe già interessante di per sè se non si affiancasse a due ulteriori elementi che ne fanno non più solo una curiosità statistica ma la punta di un iceberg di cambiamento dai connotati ancora imprevedibili. Il primo di questi due fattori riguarda l’emisfero sud. Ho confrontato i dati infatti del polo nord con quelli del polo sud naturalmente riferiti al mese di giugno e ho rilevato una interessantissima correlazione. Il 1980 al polo sud parte con un picco raggiunto nel mese di gennaio fortemente superiore alle medie proprio come il 1980 al polo nord, il 1981 ripete e amplifica il picco fortemente sopra media dell’anno precedente con una temperatura raggiunta nel gennaio del 1981 di 15°, limiti che vengono di nuovo raggiunti anche nel 1982. E’ però il 1983 l’anno in cui si raggiungono picchi straordinari di riscaldamento stratosferico estivo, pensate che nel gennaio del 1983, si toccano a 1 Hpa di altezza gli apici mai più ragiunti dei 20°C. La fase di riscaldamento sud polare raggiunge quindi l’apice nel 1983, l’anno successivo si assiste infatti a un picco estivo in perfetta media, mentre il 1985 si riconferma anno sopra media come la maggior parte dei precedenti, anche il 1986 si conferma sopra media come anche il 1987. Il 1988 e il 1989 sembrano costituire una pausa nel trend di riscaldamento della stratosfera sud polare con picchi in media o leggeremente sotto.

Anche il 1990 si conferma in media, aprendo la fase degli anni novanta, che come per le temperature stratosferiche nord polari costituisce anche per il polo sud un periodo di temperature stratosferiche al picco estivo in generale media. In questo contesto di generale media termica si discostano alquanto gli anni 1995-1996-1997 con temperature leggeremente sotto media. Si ritorna poi sopra media nel 1998 e nel 1999.

Ecco che con il 2000 si chiude il decennio delle temperature stratosferiche in media anche nel polo sud. Dal 2001 poi,  come nel polo nord ,avviene un fenomeno che ancora non ha spiegazioni e che noi tenteremo di spiegare in questo articolo.

Nel 2001 inizia il periodo di raffreddamento; che continua nel 2002 e che in maniera progressiva porta la stratosfera a raggiungere picchi negativi mai registrati nei trenta anni precedenti nel 2003, raggiungendo il minimo storico, pensate un pò, nel 2004 proprio in corrispondenza del minimo raggiunto anche dal polo nord, anzi, direi anticipando in qualche maniera il picco negativo dei record dell’estate 2005 nel polo nord. E’ impressionante come la correlazione fra i due poli sia assoluta in alta stratosfera. Signori abbiamo dimostrato che in alta stratosfera il comportamento dei due poli, per quanto riguarda il parametro della temperatura, risponde in maniera sorpendentemente simile. Soprattutto risponde ugualmente nei momenti di anomalia sia positiva che negativa. Il 2005 così come i precedenti due fa registrare un picco negativo ancora storico chiudendo una triade di estati in cui la temperatura estiva del polo sud non supera i 5°. Pensate rispetto agli anni ottanta una differenza di 15°. Anche nel 2006 non si superano in estate i 5 gradi così come nel 2007 e nel 2008. Insomma il decennio 2000 fa registrare nella stratosfera antartica una serie impressionante di record negativi, in perfetta correlazione con quelli artici. Incredibili sono poi due dati: il primo dato è che entrambi i riscaldamenti stratosferici estivi dei due emisferi seguono una estate, quella del 1979, in stratosfera fredda, paragonabile sia a nord che a sud alle estati dal 2003 in poi. Il secondo dato invece è che entrambi i raffreddamenti, così come i riscaldamenti sono alquanto repentini e si concentrano in entrambi gli emisferi e con magnitudine straordinariamente simile attorno agli anni 2003-2004-2005.

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Guardiamo adesso il solito diagramma dei cicli solari: partiamo proprio dal massimo solare del ciclo numero 21. Esso porta la data del settembre 1979, bene ricordatevi questa data perchè incredibilmente il periodo di riscaldamento progressivo della stratosfera inizia sia a nord che a sud proprio fra il Gennaio (emisfero sud) e il Giugno (emisfero nord) del 1980 proprio l’anno successivo al massimo solare numero 21. Attenzione, guardando il massimo solare 21 è evidente come esso costituisca dopo il ciclo numero 19 il più forte massimo del secolo. Bene è possibile, mi chiedo, che esista una relazione fra questo massimo e il riscaldamento stratosferico degli anni ottanta? I punti a favore di questa ipotesi sono:

1- Il fenomeo di riscaldamento-raffreddamento stratosferico è globale, avviene contemporaneamente sia a sud che a nord

2- Il fenomeno è ciclico con un ampiezza che oscilla fra periodi di 10 anni caldi, periodi di 10 anni stabili, peirodi di 10 anni di raffreddamento.

3- L’ampiezza contraddistinta dal numero 10 è simile al periodo del ciclo solare, che fra parentesi negli ultimi 6 cicli non ha mai superato i dieci anni appunto.

4- L’anomalia è registrata a 1 Hpa l’altezza più sensibile all’irradiazione solare perchè più alta e maggiormente risente degli effetti delle radiazioni solari rispetto agli strati sottostanti.

Inoltre guardando gli anni dal 2003 in poi caratterizzati dal raffreddamento, si potrebbe correlare questo abbassamento termico, non solo al massimo solare 2000-2002 molto meno forte dei precedenti, ma soprattutto all’inizio della discesa nel numero degli sun spot registrata intorno proprio al 2003 e che oggi porta il minimo del ciclo 23 a segnare ormai la storia dei cicli solari per il suo minimo eccezionale.

C’ è solo un punto a sfavore di questa ipotesi: l’anomalia degli anni novanta. Infatti come detto, gli anni novanta sono stati anni con stratosfera in media termica nei mesi estivi, eppure nel giugno del 1989 abbiamo registrato il massimo solare di uno dei cicli più forti insieme al precedente, anche se di minor lunghezza. Pensate il ciclo 21 fece contare 165 sunspot, mentre il successivo, quello con massimo nel 1989 159, solo 6 in meno. Bene qui entriamo nelle ipotesi. Ci sono due possibili spiegazioni: la prima è che la stratosfera abbia negli anni novanta subito gli effetti dell’eruzione esplosiva del Pinatubo con un raffreddamento successivo non solo della troposfera, ma soprattutto della stratosfera. Ma questa spiegazione potrebbe valere per i primi anni successivi al 1991 e non per tutto il decennio. La seconda, invece è molto più affascinante e anche dalle conseguenze più incisive per i prossimi anni sul nostro globo. La stratosfera potrebbe comportarsi come un enorme accumulatore di energia, quando questa energia supera un certo limite essa non si riscalda più anzi diminuisce la sua temperatura perchè in qualche maniera cede il suo calore agli strati sottostanti riscladandoli.  Pensate al Global Warming, per esempio, quando ha subito il maggior incremento? Proprio dalla metà degli anni novanta in poi, cioè quando la stratosfera pur essendo riscaldata da un sole più caldo, visto il massimo solare intenso dei primi anni novanta, non si riscalda ancora ma rimane in media termica. Questo surplus dove finisce? Io dico in troposfera, ed ecco l’incremento nel GW degli anni novanta e del 2000. E’ evidente che se questa ipotesi fosse suffragata dai fatti il periodo attuale anche se, come detto riporta una relativa frenata nel GW potrebbe costituire ancora un periodo di latenza verso il vero e proprio Global cooling. Tenendo presente i dieci anni di latenza prima del grande riscaldamento degli anni novanta, e datando il 2001 come anno di inzio di questa nuova fase, potrebbe essere il 2011 l’anno di inizio del grande Global Cooling del nuovo millennio. Insomma un altro tassello a suffragio di un processo forse già in corso da quasi dieci anni sulle nostre teste ma forse “troppo in alto” per poter essere apprezzato.

Fine

Fiorentino Marco Lubelli, www.meteoscienze.it